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domenica 12 giugno 2016

La Jetée tra Vertigo e The Time Machine.








Dal post precedente era rimasta una domanda: perché un autore considerato impegnato e nel mezzo della realizzazione di un documentario “in presa diretta” sul presente, aveva avuto l'impulso di realizzare un qualcosa come La Jetée, così diverso nel suo essere fantascienza e viaggi nel tempo?

Un “perché no”[1] parrebbe la risposta più semplice, ma se si tiene conto di chi era questo autore, diventa anche troppo semplice.
E chi era questo Marker?
Un impegnato ma in un modo molto diverso dal pseudo-impegno da “tifoso” calcistico, poi schivo riservato, ma al tempo stesso aperto nel considerare novità come i videogames la realtà virtuale il mondo digitale nel suo complesso e, senza condanne preventive o previsioni apocalittiche, inoltre un esperto di riprese foto montaggi-video che sapeva come usare gli “attrezzi” non limitandosi a discorsi teorici, e infine un viaggiatore di mondi diversi o lontani non ancora di tendenza come poteva essere il Messico o il Giappone del 1980.

Non corrisponde allo stereotipo di “autore impegnato” che educa il mondo dall'alto della sua torre d'avorio, e che si diverte a saltare nel genere a lui estraneo giusto per scendere tra gli “incolti barbari”, sia chiaro Marker non ci teneva a piacere a tutti, ognuno ha il pubblico che si merita o vuole, ma non aveva disprezzo disgusto o voglia di allontanare quella che ora viene chiamata la gggente, quanto alla Jetée è una scelta ponderata e la sua stessa fantascienza è diversa da quella che ci si poteva aspettare da uno come lui, anche se si deve premettere che La Jetée è considerata più un omaggio ad un altro film e un altro regista, Vertigo [1958] e Hitchcock, che un qualcosa a se.



Vertigo, quasi un'ossessione per Marker, lo cita in interviste considerazioni lavori, è presente in “Sans Soleil” [1980] un documentario che dovrebbe essere sul Giappone[2] ma che invece spazia su più campi, e non manca poi un commento o una riflessione quasi un post da Blogger in cui Marker parla del film di Hitchcock, partendo da tre riferimenti linee di dialogo presenti in momenti differenti che riguardano “Power and freedom”, il potere e la libertà, quella che avevano alcuni uomini e donne del passato, un passato che è legato ad una città, San Francisco, e all'intrigo che lega l'ignaro protagonista ad una donna che asserisce di essere vissuta in un'altra epoca.

Ma c'è altro, l'evidenziare una componente onirica, la rappresentazione dello specchio, al come senza esplicitare-spiegare-mostrare-tutto si potesse effettuare una scena, raccontare qualcosa, fare cinema, accenna alla presenza di dopplerganger-doppio ma, la prima cosa che sottolinea è quella: la distanza temporale tra le epoche, tra due tempi diversi nel quale Vertigo non è più tanto la paura del vuoto dell'altezza quanto piuttosto del tempo, l'idea di salto/caduta temporale.
O viaggio nel tempo, ma c'è altro ancora, l'evidenziare il legame tra San Francisco non come semplice scenario del film, e in questo caso Marker prende in esame i diversi modi di rapportarsi dei due sceneggiatori rispetto alla città scenario del film, quello di Alex Coppel disinteressato, e quello partecipe di Samuel Taylor, che in una lettera allo stesso Marker dice tra l'altro:

Ho riscritto la sceneggiatura, allo stesso tempo, che ho esplorato San Francisco e ripreso il mio passato...”


 “frase piuttosto criptica” è il commento di Marker, ma al tempo stesso una potenziale risposta alla domanda iniziale, se si tiene conto che è nel momento che sta realizzando “Le Joli Mai” il racconto presente di Parigi, che è in quel momento di esplorazione che Marker ha l'idea di “fare altro”, dove altro è un omaggio a Vertigo nel quale l'idea di vertigine temporale è esplicitata dal viaggio nel tempo, e se in uno lo scenario non intercambiabile è una San Francisco “con la quale riappropriarsi del proprio passato”, per Marker quella città è Parigi.


Marker come Samuel Tayolr, o come Hitchcock, e i rispettivi film sembrano l'uno il riflesso dell'altro, con in entrambi riferimenti onirici, la presenza del doppio, il richiamo ad una vita vissuta due volte, e una scena comune, quella del “tronco della sequoia”, che appare come il momento in cui i due film si “toccano” seppur separati da uno specchio.


E se Vertigo è un Thriller la Jetée come riflesso opposto non può che essere fantascienza, ma non per caso, La jetée pur nella sua apparente astrusità & stranezza è vera fantascienza.

Non inganni l'alone di “impegnato”, quel film è pensato e strutturato come di genere, e il genere non è scenario intercambiabile, la fantascienza non è un pretesto per raccontare altro, senza di essa tutta la struttura del film perde ogni significato, e allora è strano che non si trovi nessuna intervista a Marker sulla fantascienza, forse c'è ma non è evidenziata, forse si perde nel rumore di fondo delle ricerche che riportano a la Jetée, o forse nessuno ci ha dato importanza ma è insolito, perché quello che traspare non è il lavoro di chi abbia a che fare con la fantascienza per la prima volta, quanto piuttosto quello di chi sapeva bene come procedere.

La storia ha un suo inizio di “quiete”, c'è la rottura con lo scenario post-apocalittico, lo spazio diventa inaccessibile e solo una speranza resta al genere umano, i viaggi temporali. Seguono le prove i test, il salto nel futuro e quello finale che crea come in altri film con lo stesso tema, un loop temporale ricollegandosi all'inizio.
Poi i particolari.
Il rifugiarsi nella metropolitana per via delle radiazioni, il saltare nel tempo che provoca uno shock molto forte e non l'idea di semplice spostamento “quasi magico” & indolore, l'accenno allo scienziato che si occupa dei viaggi nel tempo definendolo come “il contrario dello scienziato pazzo” , come una persona senza passione (speranza) deluso dai ripetuti insuccessi, in pratica un mostrare e poi sovvertire il cliché del “mad scientist” come se lo si conoscesse bene.
Poi quando il protagonista salta verso il futuro, ecco che il viaggio si fa più difficile, perché il futuro a differenza del passato è “protetto e difeso”, e l'idea di uno sbarramento contro viaggiatori del tempo appartiene alla fantascienza, senza contare che Marker non perde tempo a “reinventare la ruota”, né tanto meno infila spigoni sul come si viaggia nel tempo, tutte cose da evitare come si legge nei consigli di scrittura creativa.




Non è quello che ci si aspetterebbe di trovare da un totale inesperto del genere, e il periodo sono gli anni sessanta, niente internet, scordarsi i canali tematici, la fantascienza allora non era presente come ora quando pur per caso la si può trovare in prima serata, eppure il “non esperto” Marker tira fuori un'idea che era valida allora come ora, realizza una storia talmente valida da prestarsi a remake e anche serie TV.

Troppe cose fanno pensare che Marker conoscesse il genere e che il suo non sia stato un tentativo fortunato, troppi film o libri di "seri" autori prestati al genere nella loro rozzezza, nel loro usare in modo maldestro il genere come un pretesto stonano se confrontati con La Jetée, e non serve un Gibson o un Ballard per notarlo, no la Jetée non è solo un omaggio, si potrebbe anche non conoscere per niemte Vertigo senza per questo avere problemi di comprensione, ma non solo, c'è un secondo film che getta la propria ombra sull'opera di Marker, ed è The time machine del 1960.


George Pal e The Time Machine, insomma “vera fantascienza”, ma anche George Pal e Marker, se si cerca li si trova insieme accomunati dal tema dei viaggi nel tempo l'unica cosa che sembra unirli, magari non notando come in entrambi ci sia una visione post-atomica del futuro, e sopratutto non notando la similitudine di un mondo diviso tra Morloch ed Eloi o di uno diviso tra “vincitori” e “vinti”. 
Che Marker abbia visto il film di George Pal e ne sia rimasto influenzato, è più di una semplice possibilità.
Ma chi allora sarebbe andato a vedere un film di quel tipo se non fosse stato interessato a quel genere?


Davvero insolito che nessuno abbia chiesto a Marker se s'interessasse di fantascienza, in ogni caso con questo si può davvero chiudere con Marker e La Jetée, un viaggio abbastanza lungo e inusuale per un film vecchio strano ed elitario che in apparenza non aveva nulla in comune con "omini verdi e dischi volanti"[3].


[1] O anche “chi se ne frega”, oppure la citazione fantozziana sulla corazzata Potemkin ma, attenzione, perché usandola si fa la figura dei:
soliti stronzi anticonformisti che galleggiano in un oceano di conformismo.
E non mi pare il massimo.

[2] Il Giappone del prima che diventasse per tutti il mondo immaginario degli anime e dei manga, eppure per uno strano scherzo del destino la voce giapponese scelta da Marker, per puro caso in quanto intravvista in un programma TV, fu quella di Riyoko Ikeda, una fumettista o mangaka, tra l'altro autrice di Lady Oscar, si proprio quel Lady Oscar, e lo stesso Marker anziche liquidare la cosa lascia trapelare una certa curiosità per quel mondo, evitando lezioni e morali. Una cosa non da poco allora.

[3] Come accennato altrove, per esperiemza diretta so che certa gente  pensa che la fantascienza sia (solo o molto) "omini verdi e dischi volanti", in passato come ora. Potrei convincerli del contrario ma poi, perché dovrei?





2 commenti:

Nick Parisi. ha detto...

Invidio molto questa tua capacità analitica che oltretutto metti al servizio di post mai banali come questo.
Un caro saluto.

Coriolano ha detto...

Ti ringrazio Nick ma è solo un piccolo post senza gloria, l'unica cosa buona è che per una volta ho chiuso quello che avevo iniziato.