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martedì 12 aprile 2016

Il tributo de "Il favoloso mondo di Amelie". [2001]


 



Su -Il favoloso mondo di Amelie- pare che si sia detto tutto, quanto ai commenti generali sul film una definizione a scelta tra “fiabesco onirico spensierato” non manca mai, né mancano le divisioni tra chi l'ha apprezzato e chi no, così c'è chi della protagonista parla di una romantica ragazza, e chi la definisce stramba come tutta la storia, immancabili poi i riferimenti al ritmo lento della narrazione, alla voce narrante fuoricampo, ai colori accesi magari accennando alla predominanza di rosso verde giallo o solo evidenziando l'intensità dei colori.

Sembra difficile che ci sia altro da dire eppure, c'è un qualcosa che sfugge o che se anche notato viene relegato a componente secondario, ma di che si tratta?

Per cercare di capirlo si potrebbe riandare alla sua uscita, a un Maggio 2001 distante solo qualche mese da una data che come si dice, “ha cambiato la storia”, oppure tornare agli ultimi anni dei 90's che è il tempo in cui è ambientato, ma si potrebbe anche considerare con più attenzione il dove, Parigi, il quartiere di Montmartre, tener conto delle sottilissime reminiscenze di Belle Époque di Bohemian, e poi allontanarsi e vedere il tutto da un diverso e più lontano punto di vista. 



 

Il problema non è la caduta ma l'atterraggio.


La Haine, L'Odio, film uscito qualche anno prima[1995], anch'esso è ambientato a Parigi ma a parte questo tutto è diverso, niente colori solo bianco e nero, musica dura, l'altra faccia di Parigi quella delle banlieu degli scontri del non incontro, della rabbia, dell'odio, una città molto diversa da quella idealizzata, nostalgica di Amelie, ed è la nostalgia ad essere la componente sfuggente, una nostalgia che però non sottintende un possibile “prima si stava meglio”, quanto piuttosto si fa tributo ad una città idealizzata sospesa tra passato e presente. 

 

Allora non si poteva scegliere altro tipo di colori ambientazione e colonna sonora per rappresentare quella Parigi, non una vera città ma la sua forma ideale, quella più vicina[1] al come da fuori poteva essere immaginata, e il film è una fiaba perché solo in quel caso può esistere quella Parigi, e al tempo stesso è la rappresentazione di un sogno perché solo nei sogni le fiabe possono essere credute vere, e del sogno ne ha tutti i segni, come quando in una scena i colori diventano strani e le immagini sfocate quasi fosse un avviso un cartello lampeggiante in cui lo spettatore possa leggere 

questo è solo un sogno

solo che in questo caso dura dall'inizio alla fine del film.
All'inizio con l'infanzia della protagonista nella quale ogni cosa immaginata prende vita, poi quando da "grande" inizia a risolvere piccoli-grandi problemi, o meglio, chiude il passato e lo addolcisce mettendo la parola “fine”, ma non lo fa come lo si farebbe nella vita reale, c'è sempre un elemento di bizzarria molto simile a quello dei sogni, c'è sempre un elemento consolatorio o punitivo come ci si aspetta dalle favole, così una scatola piena di vecchi giochi e foto tutti ricordi d'infanzia, verrà fatta tornare al suo proprietario, ma non semplicemente restituendola quello accadrebbe nella vita reale, invece sarà un telefono pubblico con i suoi inaspettati squilli ad attirare la persona giusta, poi una donna abbandonata dal marito riceverà dal passato lettere “rivedute e corrette” del defunto ex che ricuciranno lo strappo avvenuto, quanto al padre di Amelie uscirà dal lutto per la morte della moglie grazie alle foto inviategli da uno "gnomo viaggiatore", e un pessimo datore di lavoro verrà punito per come tratta il suo operaio ma, nessuna minaccia nessun avvertimento su possibili interventi da parte di sindacati o autorità, invece saranno gli oggetti più comuni di casa che sembreranno ribellarsi a lui come in un incubo. 

Se La Haine resta irrisolto nell'essere troppo vicino alla realtà, con un finale aperto ininfluente in quanto il come finisce non non è la domanda o la risposta principale, in Amélie invece ogni cosa va al suo posto, ma in un modo come solo nei sogni e nelle fiabe può accadere perché non c'è la rappresentazione della realtà, perché solo così la nostalgia può esistere, e nostalgia come ostalgie è difficile non notare come anche la colonna sonora di Goodby Lenin sia anch'essa opera di Yann Tiersen, e in entrambi i film essa è manifesto di un tempo passato idealizzato.


Ma c'è una parte del film in cui è il presente a predominare con la linea narrativa “dell'uomo del mistero”.
Di per se sembra una linea qualsiasi in realtà si lega all'incontro di Amelie con il suo futuro grande amore, a sua volta a seconda dei diversi orientamenti, un romantico un poeta oppure uno strambo come la protagonista, e la componente romantica ha più di un suo perché, da una parte rafforza l'effetto sogno/fiaba, dall'altra è un modo per portare avanti la storia verso la conclusione evitando un brusco risveglio che trasformerebbe quanto già visto in un'amara illusione. 
Una Amelie intrappolata a ripetere per sempre il suo ruolo di raddrizzatrice di piccoli problemi anche dopo la fine del film lascerebbe un dubbio, non sarebbe credibile né tanto dissimile da una Amelie la cui storia finisse perché investita da un tram o perché in cura con gli psicofarmaci, è necessario un finale che elimini ogni ambiguità sul lieto fine, le favole devono avere un lieto fine[2], e a questo serve la linea dell'uomo del mistero, a creare un contatto un punto in comune col quale procedere verso un credibile “e vissero felici e contenti”.

Ed è una linea ben congegnata.

Perché qualcuno dovrebbe fare tante foto di se per poi strapparle, di chi è quel volto inespressivo di cui si trovano i frammenti qua è la per la metropolitana, cosa c'è dietro?

In film di altro genere si potrebbero dare tante spiegazioni, cospirazioni, complotti, alieni, cloni, ma questo è il Favoloso mondo di Amelie, e quello che si sta cercando è un punto di svolta verso la conclusione, quindi la risposta deve essere ben diversa:

è solo un manutentore delle macchinette fototessera, quelle sono solo foto di prova



e se la scena viene mostrata come se si stesse rivelando chissà quale verità,  è perché in questo film le piccole rivelazioni sono tutte "on steroids", oltre al fatto che qualsiasi altra soluzione sarebbe stata eccessiva, e tutto il film da quel punto di vista è sempre in bilico.
In Amelie si può accettare che i soprammobili prendano vita, che lo facciano le foto, che le nuvole assumano forme reali, si può accettare questo gioco al rialzo perché c'è un bilanciamento con i “piccoli piaceri” della protagonista, col suo modo di proporsi verso gli altri, mai eccessivo ma quasi timido, e anche per questo l'uomo del mistero deve essere solo un manutentore, in caso contrario si correrebbe il rischio di cadere nell'eccesso se non nel ridicolo.
Una Amelie che amasse i gioielli, andasse in giro con una moto facendo acrobazie e, scoprisse una cospirazione partendo da dei frammenti di foto, sarebbe troppo anche per questo film.



Un film in costante equilibrio che ha anche un'altra caratteristica, la sensazione di guardare qualcosa che non è stata creata solo per perdere-bruciare-passare tempo[3].

A volte certi spettacoli pur attraendo sul momento, alla fine lasciano una sensazione di vuoto, per altri invece è come se avessero lasciato un qualcosa e di Amelie non resta solo qualche immagine dalle tinte accese qualche inquadratura ricercata e musiche piacevoli, resta anche e sopratutto la sensazione di aver fatto un viaggio al di fuori della realtà di sempre, di essere stati i turisti di una città che non c'è, e che invece si vorrebbe reale, anche per questo al viaggio immaginario è seguito un pellegrinaggio reale nei luoghi delle riprese, così se Il "Café des 2 Moulins" stava per chiudere, dopo Amélie quello come altri luoghi del film sono diventati attrazioni turistiche da vedere da visitare con l'illusione che almeno per un attimo si possa entrare in quel mondo tra favola e sogno del film.

  


Si potrebbe chiudere qui ma c'è ancora spazio per una curiosità.

Nello script originale la protagonista sarebbe dovuta essere un'inglese interpretata da Emily Watson, ma i problemi nel recitare in francese portò la Watson a rinunciare per recitare in un altro film, e costrinse Jean-Pierre Jeunet a riscrivere il ruolo per un'attrice francese, Audrey Tautou, e in questo caso vien da chiedersi:
sarebbe stata la stessa cosa, sarebbe stata credibile un'Amelie inglese?[4]




[1]Dopo gli ultimi attentati il modo di "vedere" Parigi è molto diverso, forse troppo lontano da quello che propone il film.
[2[O almeno così si pensa che debba essere adesso, nel passato invece...
[3]Ma non è come dire "vivere per passatempo"? Creepy.
[4]Ho qualche dubbio.

3 commenti:

Nick Parisi. ha detto...

Amelie è stato responsabile del rinascimento del Cinema di genere francese, perché anche se non è propriamente un film di genere però contiene diversi elementi ed atmosfere fantastiche. Un grande film che descrive una Parigi fiabesca e fuori dal tempo.

Glò ha detto...

Ammetto di non aver amato questo film. Mi annoiano "lo zucchero", i colori favolosi, gli oggetti che prendono vita... bella però l'idea di un film tributo alla città, mi piace. E sicuramente è un film ben pensato e realizzato.

Coriolano ha detto...

Pensavo di aver risposto ma ora mi accorgo che il commento non è passato. Mi sarò autocensurato?

>Nick
Magari un giorno si dovrà parlare di Vidocq.

>Glò
I gusti sono soggettivi, e ammetto che a suo tempo mi è piaciuto, ma adesso non mi riuscirebbe di rivederlo, comunque se ti capita di fare un giro su youtube cerca lo sceneggiato "Belfagor o il fantasma del Louvre 1965", e guarda i primi minuti iniziali, i primi due o tre bastano, e se ascolti e guardi con attenzione molto di Amélie ce lo dovresti ritrovare.