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domenica 17 maggio 2015

The Gauntlet: tra orgoglio e sfida.





Wikipedia

Ci sono film che ad una prima visione lasciano disorientati, altri che sembrano avere un finale bugiardo e “L'uomo nel mirino” (The Gauntlet [1977]) è uno di quelli, un film con e di Clint Eastwood che se pur non appartiene al filone del duro e puro ispettore Callaghan, non ne sembra tanto dissimile, almeno ad una visione distratta.
Un poliziotto [Eastwood] viene inviato in missione, scortare una testimone [Sondra Locke] di un processo da Las Vegas a Phoenix in California, un compito facile ma che invece si rileverà quasi suicida stretto in una morsa tra killer, e poliziotti corrotti fin nelle alte sfere.
Un già sentito, ci sono gli inseguimenti la fuga dei due con i mezzi più disparati, ci sono strade polverose treni in corsa ed elicotteri, poi inganni agguati macchine case crivellate di colpi tanta azione, quanto ai due protagonisti c'è il poliziotto che non è il duro della situazione, non è quello modello ma solo un fallito, quanto alla testimone è una prostituta molto restia a fare la damigella in pericolo da salvare né tanto meno in cerca di una redenzione, dall'altra parte i cattivi e poi tutti gli altri, una massa più o meno grigia che sembra fare da sfondo, così si potrebbe non aggiungere altro, se non fosse che questo non è un film che si basa sul dualismo legge-ingiustizia con magari annessa indignazione o appagante giustizia sommaria spicciola, e che il viaggio verso Phoenix anche se "on the road" e "on steroids", alla fine è un film sull'orgoglio e la sfida.

(Se non piacciono gli spoiler, meglio non proseguire.)

Orgoglio sfida, la traduzione del titolo del film per quanto accurata non lo è quanto l'originale, ma non è l'esempio tipo di traduzione mal fatta, quanto piuttosto di significati che si perdono, e tra le varie traduzioni di “gauntlet” ci sono riferimenti al “guanto di metallo delle armature”, “al guanto di sfida”, e poi c'è questa
to run the gauntlet of an angry crowd (fig) sottoporsi al fuoco di fila di una folla ostile

Sarebbe interessante sapere se questo significato c'era già, oppure se è stato ispirato da questo film, in ogni caso c'è un preciso riferimento alla sfida, e nel film si potrebbe rinunciare a quel viaggio verso Phoenix, non c'è nessuno a cui appellarsi o chiedere aiuto, ci si potrebbe nascondere fuggire via o perfino illudersi di poter venire a patti con i propri inseguitori ma, non si prova a fare nulla di questo, c'è solo orgoglio e sfida, ma per capire ciò si deve arrivare all'ultimo raro momento di tregua, quello in cui si tagliano i ponti col passato, quello in cui la protagonista telefona a sua madre e dopo scommette tutto quello che ha su di un cavallo le cui possibilità di vittoria sono nulle, il momento in cui il protagonista avverte l'unico amico fidato nella polizia del suo arrivo in città, e si assicura che tramite lui tutti lo sappiano.
Da parte sua ha capito perché proprio lui sia stato scelto per portare a termine quell'incarico, perché considerato inutile incapace innocuo, una pedina sacrificabile e sopratutto facile da sacrificare, per questo ha deciso di accettare quella sfida fino alla fine, non è spinto dalla voglia di far arrestare i corrotti ma solo di dimostrare che si sbagliavano su di lui.
Resta il tempo di requisire un autobus, giusto il tempo di blindarlo in modo approssimativo con delle lastre di metallo, e si inizia l'ultimo viaggio.

E tutto quello che è successo prima viene eclissato da quella parte finale in cui c'è l'arrivo in autobus.

Forse il film non tutti lo ricorderanno, qualcuno non l'avrà neanche visto ma l'ultima parte di quel film è difficile dimenticare, anche se vista una sola volta, un muro di poliziotti armati che aspettano di far fuoco contro un autobus che avanza lentamente, e poi l'inferno.





Ci sono situazioni che sembrano "toste o gran figate" se viste da fuori e da lontano, ad esempio avere i "demoni interiori" può sembrare una gran cosa da citare quando si gioca agli scrittori, come può essere "emozionante" leggere o guardare in poltrona la carica disperata durante una battaglia, o lo scontro all'ultimo sangue in un duello, così anche questa corsa sembra solo azione con quintalate di retorica spiccia sull'eroismo, ma non è una carica gloriosa, è "solo" un resistere a oltranza, un non piegarsi, il non cercare compromessi ma accettare lo scontro finale perché quello che resta dopo tanto essere stati calpestati a volte è solo l'orgoglio, e perdere anche quello equivale ad una lunga lenta morte anche se si sopravvive.

Niente Dio Patria Famiglia o Alti Principi o Doveri Civici, lo si fa per se stessi, solo per se stessi.

Par che aleggi un po di Heroic fantasy, e quasi non è un caso che la locandina del film sia disegnata da Frank Frazetta, uno dei migliori illustratori di Heroic Fantasy, genere che nel suo essere percepito Frazetta ha influenzato non poco con le sue illustrazioni, e in quella locandina Eastwood appare come uno dei tanti Conan disegnati da lui, eppure quella locandina è vera solo in parte, come lo stesso finale del film.

Non è il personaggio di Eastwood a guidare l'autobus fino alla fine della corsa, ma quello di Sondra, e sarà sempre lei a "giustiziare" il corrotto capo della polizia, mentre "l'eroe" sarà a terra in apparenza morto, salvo poi aprire gli occhi e rialzarsi, il tempo per i due d'incamminarsi insieme verso “qualche parte” mentre il muro di poliziotti che li circondava li lascia passare.

E si resta con la sensazione di vedere un "e vissero felici e contenti" che stona, come se fosse stato aggiunto a forza, viene in mente il racconto di Ambrose Bierce "An Occurrence at Owl Creek Bridge", forse è solo l'ultima illusione del protagonista, forse quel finale è stato aggiunto per rendere il tutto accettabile, o forse alla fine il “The end” è meno importante del come ci si è arrivati, e magari i discorsi "finisce bene finisce male" sono chiacchiere per spettatori annoiati o per chi gioca al creatore di storie, perché in fondo non ha più importanza sapere cosa accada ai due protagonisti.
Quello che c'era da dire, era stato già detto.






3 commenti:

Nick Parisi. ha detto...

Visto più volte in Tv in altri anni. Ricordo che il film era uno dei preferiti di mio padre proprio per le scene finali. In quel film, decisamente "revisionista" ( l'inizio degli anni 70 s era il momento giusto per quel genere) Eastwood cominciò a dimostrare di non essere solo un brutto "grugno" ma anche un discreto attore.

Glò ha detto...

Sono sicura di aver visto il film, lo ricordo poco, ma la scena finale, hai ragione, non si scorda! E comunque a me Eastwood è sempre piaciuto.
Bella la tua riflessione sul finale.
La locandina è davvero fighissima *__*
Io però voglio la copia dell'Urania XD

Coriolano ha detto...

>Nick
Eastwood ha dimostrato di essere molto più dell'uomo senza nome.

>Glò
Se mai lo dovessi ritrovare, un po difficile però, te ne mando una copia... ;)