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domenica 8 marzo 2015

Whiplash

Se non vi piacciono gli spoiler, se volete vedervi questo film senza anticipazioni, allora NON leggete questo post. 
Se invece continuate la lettura... beh vi avevo avvisato.


Wikipedia

Se non ne avessi letto sul blog di Lucia qui e di Hell qui (e che consiglio di leggere) credo che Whiplash l'avrei ignorato del tutto, quanto a musica sono negato, ma il leggerne mi ha incuriosito, così ho cercato sulla rete altre informazioni e, sorpresa, mi sono imbattuto in giudizi che bollano questo film come ben fatto ma, ideologicamente sbagliato.
Davvero?
Così mi sono incuriosito ancor di più e, nuova sorpresa, quello che ho trovato in questo film è ben diverso ma, com'è possibile?
Quindi ecco la mia versione di Whiplash, che non può che essere che di parte come le altre.
Come dire, ognuno ha il suo personale punto di vista.

La storia del film a prima vista è semplice, c'è un allievo con l'ambizione di diventare uno dei migliori batteristi Jazz, un maestro di conservatorio che insegna con metodi molto duri, e tutto il film è incentrato sul rapporto tra i due personaggi.[1]  

Si è detto che questa è una favola ideologica, ma in realtà il film è più la storia di uno scontro tra due personalità, lo stesso Damien Chazelle autore e regista, afferma di essersi rifatto a film di boxe come “Rocky” e “Toro scatenato”, e se si pensa allo svolgimento del film la cosa ha un senso.

In Whiplash non c'è la riproposizione del rapporto allievo maestro come si era abituati, non è l'addestramento di Rocky che viene fatto correre dietro una gallina o colpire quarti di bue congelati, non è il “togli la cera metti la cera”, non è il rapporto “figlio & piccolo padre” di Remo Williams, ricorda più le convenzioni che ci potrebbero essere in un anime o un manga o simile, con un maestro inflessibile che costringe l'allievo a superarsi con allenamenti sempre più duri, ma anche se gli somiglia non è neanche quello e non è un film di vincenti e perdenti, Whiplash è un incontro su un ring in cui gli altri sono i comprimari non in quanto perdenti, ma perché non sono spinti dalla stessa passione del protagonista, Andrew Neiman, una passione forte che occupa tutta la sua vita e che si incontra e si scontra con la missione del suo insegnate, Terence Fletcher.
In teoria la missione di Terence dovrebbe essere quella di migliorare i suoi allievi, di insegnare loro quello che lui sa, di fatto per lui il suo compito che si è dato è quello di trovare il degno, il migliore, ma questo migliore è talmente perfetto che forse nella realtà non esiste.
Così il suo comportamento verso i suoi allievi è distruttivo, ogni mezzo gli appare permesso, dal carpire la fiducia dei suoi futuri allievi per colpirli in seguito nei loro punti deboli, all'insultarli nei modi più duri e politicamente scorretti, all'usare ogni altra possibile vessazione. Una persona pessima odiosa priva di empatia animata dalla ricerca di una perfezione assoluta, il suo non è sadismo non c'è il piacere di dare sofferenza, quello che fa è accendere un fuoco purificatore che solo il “prescelto”, se mai ci sarà, potrà sopportare e superare.

E se gli altri si bruciano, beh sono sacrificabili.

Dall'altra parte c'è l'allievo, Andrew, con la sua passione, con la sua volontà di diventare uno dei migliori batteristi Jazz e non uno qualsiasi, anche lui dentro di se accetta l'idea che “buon lavoro” sia solo un modo gentile per indicare un fallimento, e l'unico modo che ha per mostrarsi degno è il tenere duro senza mai arrendersi, qualunque sia la provocazione subita perché per vincere deve dimostrare di essere “rimasto in piedi” fino all'ultimo round, fino alla fine.

Quindi questo non è il classico rapporto allievo-maestro, non c'è una preparazione che è dura in quanto nello scontro finale quasi invincibile è l'antagonista, in questo caso è lo stesso "allenamento" lo scontro finale, battaglia, incontro di boxe, ma non solo, anche qui ricorre il tema del “il migliore”, e forse non per caso.

Nel romanzo di Malamud [The natural – Il migliore], c'era una considerazione critica in cui si diceva che uno dei temi che il suo autore portava nel romanzo, era l'incapacità del protagonista di vivere una vita normale.
In base a quell'idea “l'eroe” è incapace di vivere al di fuori del suo mondo, perché quello che lo rende il più forte in un contesto lo rende allo stesso tempo un disadattato nella vita di tutti i giorni, e questo tema sembra essere presente anche nel film.
Andrew nel suo mondo ha talento, passione, costanza, e un'incrollabile forza di volontà, tutto in chiave eroica ma, com'è la sua vita al di fuori del suo campo di battaglia?
Lo si vede in una scena familiare nella quale è ai margini, i suoi interessi la sua passione per cui si sta battendo e sacrificando viene considerata meno di zero, la sua vita sentimentale poi è nulla, la storia d'amore che poteva essere importante inizia e termina.
Incomprensione, solitudine, questo è il mondo di Andrew, e allora ci si potrebbe chiedere:
ne vale la pena, vale la pena sacrificare così tanto della propria vita?




E questo è anche un film sull'eccesso come difetto, errore, peccato, e se in altre storie il peccato mortale che affligge il protagonista è una mancanza, il cedere alla passione del gioco d'azzardo alla facile bella vita alla sete di potere al desiderio di ricchezza facile, se nel migliore di Malamud la mancanza è il non curare il proprio talento lasciandolo invece spegnere, in questo caso il protagonista pecca per eccesso, e anche se fa la la cosa “giusta” impegnandosi nel tentativo di migliorarsi per una causa come l'arte, nel farlo eccede e nella sua ricerca della perfezione perde il contatto con la vita di tutti i giorni, ne diventa estraneo, lascia che la sua passione faccia di lui una persona sola, un disadattato.

Ne vale la pena?
Si potrebbe dire di si se si tiene conto del finale, quello sembra l'arrivo al successo, sembra, eppure anche quello inizia con un inganno, quello che doveva essere quasi un momento di riconciliazione tra Terence e il suo ex allievo è invece l'ennesima menzogna, una trappola una vendetta ai danni di Andrew per renderlo ridicolo di fronte ad un pubblico e umiliarlo in quello che lui più ama.
Ma questa volta con un assolo di batteria l'allievo prende e attira tutta la scena su di se fino a tirarsi dietro anche il suo “mentore”, potrebbe essere una ribellione, potrebbe essere la svolta se non si concludesse con uno scambio di sguardi tra allievo e maestro, col primo che cerca l'approvazione dell'altro, e si è visto in questo l'arrivo al successo per il protagonista, il suo sfondare il suo lasciarsi alle spalle i perdenti mentre lui diventa, il vincente, ma in quelle inquadrature finali si può vedere altro, un Andrew stanco quasi stravolto come fosse un pugile suonato, mentre per il suo antagonista l'inquadratura si concentra sugli occhi, si lascia appena intuire un possibile sorriso un possibile cenno d'assenso, forse, ma quelli sono anche gli occhi del vincitore, del pugile che sta per dare il suo colpo di grazia all'avversario barcollante, e se anche sorriso e assenso c'è è solo per un attimo perché con un gesto subito lo indica per la chiusura del pezzo, un gesto pare più il colpo finale del KO.






L'allievo ha vinto ha superato tutte le prove, ha costretto il suo recalcitrante maestro a riconoscerlo come degno e ottenuto la sua “benedizione”, ma nel raggiungere il suo scopo non ha forse ucciso se stesso diventando il riflesso, l'ombra del suo maestro?

Non è che si è riflesso così tanto nell'abisso che alla fine, l'abisso si è riflesso in lui?

E' un finale molto ambiguo, per il quale è difficile parlare di successo riuscita e vittoria, questo non è Rocky, non c'è la fanfara finale, non c'è un pubblico che si alza a inneggiare al vincitore in mezzo ad una pioggia di coriandoli.
E anche fosse una vittoria, a quale prezzo?
Qual'e il prezzo psicologico di questa “vittoria”?

Sbaglierò, ma questo non mi sembra un film sul vincitore che s'innalza lasciandosi i perdenti alle spalle, non ci vedo una favola ideologica ma solo una storia molto meno lineare di quello che sembra, oltre che la conferma che tanti e diversi possono essere i punti di vista.






[1] Parte aggiunta dopo che mi sono accorto di aver violato la prima legge dei blogger: mai dare niente per scontato, noto, e conosciuto.
Insomma come direbbe qualcuno, avevo fatto un "buon lavoro"... 

4 commenti:

Nick Parisi. ha detto...

Mi erano sfuggiti i post di Lucia ed anche l'altro però ti ringrazio per questa bella segnalazione penso che darò un' occhiata a Whiplash.

Coriolano ha detto...

Nick se per caso vai a vedere il film, ricordati che ti avevo avvertito...

Glò ha detto...

Allora, procediamo con calma! XD
Intanto, hai nuovamente citato il romanzo di Malamud Il migliore: a questo punto sono enormemente curiosa e lo leggerò *__*
Poi... il jazz è il mio genere musicale preferito :P
La tematica è parecchio interessante: chissà che in definitiva il finale non si possa intendere come l'esaurirsi del senso di quella "lotta" tra maestro e allievo. E lo vedrò!
Non temendo spoiler (mai! XD) ho letto con piacere il tuo post!
Alla prossima ^^

Coriolano ha detto...

>Glò
Ho citato due volte Malamud perché mentre scrivevo il post precedente pensavo alle polemiche su whiplash, poi quando ho scritto questo post mi sono accorto che come esempio particolare ci stava bene, quindi perché non citarlo? Riguardo i generi musicali ammetto la mia totale ignoranza, anche se ogni tanto ascolto Gothic metal, il che è tutto dire.
Buona visione del film allora.