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domenica 11 agosto 2013

A Guide to Armageddon.



Nei primi anni ottanta in un documentario della serie Q.E.D.[1] della BBC si simularono gli effetti di una bomba da 1 Megatone lanciata su Londra ed esplosa sopra la cattedrale di San Paolo.
L'idea di fare un simile documentario può apparire adesso come un'idea bizzarra, e stona con l'etichetta di decennio da bere che a quel periodo è stato dato, un tempo invece in cui combattere e vincere una guerra nucleare non pare un'idea tanto assurda, e nel quale il concetto di mutua distruzione, MAD, viene ripensato, insieme all'operato della difesa civile, un tempo in cui si comincia a pensare che anche in quel campo, dall'altra parte della cortina di ferro, si sia andati in vantaggio, e quindi ci sono i primi articoli nei quali si mette l'accento sul come “loro” i sovietici si stiano preparando per un possibile conflitto in modo efficace, e di come si sia in ritardo per colmare quel gap, un periodo di discussioni sulla vulnerabilità dei silos nucleari, nel quale ci si chiede se non sia il caso di adottare una dottrina in caso di crisi di lancio su preallarme, mentre c'è chi teme tale aumento di tensione e chiede una dichiarazione ufficiale nella quale ci sia l'impegno a non lanciare per primi i missili. Un tempo di paranoia reciproca, timori, strategie e contro-strategie virtuali che si scontrano tra loro, ed è allora che si pensa alla difesa civile come “mezzo per vincere la guerra”. Insomma l'idea che prima o poi sia inevitabile lo scoppio di una guerra, nei primi anni ottanta è molto forte anche se si evita di dirlo in modo aperto, e se negli anni 70s complice la distensione si è messa da parte l'informazione sul come prepararsi all'evenienza, in quegli anni si cerca di rimediare e il primo passo in America è quello di pubblicare un manuale chiamato “Nuclear War Survival Skills”. 




Definire tale manuale ottimista è dir poco, allo stesso tempo in Inghilterra[2], si procede a predisporre un programma fatto di opuscoli manuali trasmissioni radio e televisive chiamato Protect and survive, tutto pronto per essere fatto partire in grande stile nel caso di crisi e prossimità di guerra nucleare. Sensibilizzare l'opinione pubblica e limitare le perdite, questo è lo scopo, in seguito un estratto di quanto preparato viene mostrato al pubblico, e le reazioni non sono quelle previste o sperate, a queste si aggiunge da parte della BBC la risposta con il documentario della serie Q.E.D. “A Guide to Armageddon”[3], di fatto la sconfessione lo smontare l'irridere quanto la difesa civile cerca di portare avanti, e chi ha scritto e dirige il tutto è Mick Jackson il quale ha più di un “legame” con l'incubo atomico.
E' lui in seguito a dirigere Threads, forse tra i migliori film o docu-drama sull'argomento, e se afferma il suo rifarsi alla serie di telefilm degli anni 60s “The Wednesday Play” sempre della BBC, non si può non notare allora come proprio a quella serie appartenga una delle prime ed efficaci rappresentazioni della guerra atomica, “The War Game” del 1965, che come Threads è un ibrido tra documentario e fiction nel quale si mostra uno scenario ingombro di rovine e cadaveri molto diverso dai rassicuranti video della difesa civile, e che per questo la BBC decide di non trasmettere, decisione che non impedisce in seguito alla regista Lynne Littman di “Testament” di rimanerne influenzata, e che pure sembra aver in qualche modo influenzato lo stesso ”The Day After” di Nicholas Meyer, e qui altre connessioni, Mick Jackson come Nicholas Meyer prima di scrivere e dirigere và alla ricerca d'informazioni, si reca in America a sentire esperti scienziati militari analisti, Meyer che dopo una visita alla sede della Fema di Kansas City sbotta sul come la difesa civile sia tutto un grande scherzo, Mick che confronta quanto ha scoperto e lo usa nel documentario per mostrare tra le righe lo stesso giudizio, legami connessioni giudizi e timori simili, eppure l'argomento guerra atomica nei primi anni ottanta resta oscuro per l'opinione pubblica, una situazione paradossale se si considera come la guerra nucleare sia in quegli anni presente direttamente o indirettamente, ovunque e su tutti i media, e di come tangibile sia il timore generale, eppure nonostante ciò è un argomento di cui si sa ben poco. Non c'è la rete, non esiste una Wikipedia, le uniche informazioni sono libri sull'argomento, manuali della protezione civile oppure qualche programma televisivo, ma quando Mick Jackson decide di fare il suo documentario, a meno di non essere interessati all'argomento è difficile per la massa cogliere appieno cosa sia l'ipotesi guerra nucleare, per gli altri, per chi ha qualche conoscenza tutto sembra fermarsi agli anni 50s. In molti manuali il riferimento è Hiroshima e Nagasaki, si mostrano gli effetti di quelle bombe, si spiegano fino allo sfinimento tecniche come quella del duck and cover e si mostrano “semplici” metodi per costruire rifugi di fortuna contro il fallout, anche le testimonianze sono quelle dei sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki, eppure per quanto dure siano parlano di una situazione che non è più reale, che è passata, il mondo degli armamenti si è evoluto, e dai 15 kilotoni [4] di Hiroshima si è arrivati ad armi della potenza di alcuni megatoni, The War Game che pure aveva mostrato in modo efficace cosa succede con una testata da un megatone, è ad essere sinceri una rappresentazione molto soft e per difetto di quanto può accadere, senza contare che non è stato trasmesso fino al 1985, quindi c'è un vuoto e li s'inserisce “A Guide to Armageddon”, per la prima volta in modo comprensibile per tutti, viene portata in TV la guerra atomica, e lo si fa con un documentario che tanto più è distaccato e asettico nel mostrare i fatti, e tanto più è inquietante.

A Guide to Armageddon testa Protect and Survive.
Si comincia ipotizzando l'esplosione di una bomba nucleare su Londra, con epicentro la cattedrale di San Paolo, poi si passa a spiegare con una voce fuori campo cosa accade fin dai primi secondi con l'onda termica in grado di vaporizzare chi è vicino al Ground Zero[5] (o anche Burnout[5], punto di massima distruzione), poi gli effetti fino a 6 miglia di distanza, così si hanno le immagini di un laghetto che diventa in pochi secondi l'equivalente di una pentola che bolle, gli alberi che ardono come cerini, la carne bruciata fino all'osso, le strade le case e tutto quel che c'era trasformato in pochi attimi in un oceano di fiamme, poi le bruciature dei “fortunati” che sono abbastanza lontani e si parla di miglia di distanza, e si passa agli effetti del lampo luminoso in grado di danneggiare la retina e provocare cecità momentanea o definitiva. Ma questo è solo l'inizio, dopo qualche secondo è tempo dell'effetto dell'onda meccanica. Muri che si sgretolano come se fossero fatti di sabbia, le schegge lanciate come minuscoli proiettili e il loro effetto e, nel mostrare il tutto sembra che Mick stia suggerendo: ma davvero credete che Protect and Survive possa proteggervi da tutto ciò? E se non fosse chiaro ecco che si arriva a mostrare sul campo cosa accadrebbe a seguire i vari suggerimenti della difesa civile, e il raffronto tra consigli ed effetti previsti è impietoso, seguendo le istruzioni di Protect and survive, si mostra quanto tempo ci vuole per costruire un rifugio, come verrebbe fuori, quali sono le sue caratteristiche.
E tutto questo per ottenere solo 17 secondi di vita in più. 



Meglio di niente si potrebbe dire. Da notare come un rifugio simile lo si vedrà anche in Threads, con “migliore” efficacia. Ma non ci si ferma li, altri rifugi presi da altri manuali vengono presi in esame e ci si accorge che nulla è fattibile in poco tempo, si va dalla giornata a più giorni di lavoro, di scavo, d'impegno, ci sono ostacoli problemi, e il risultato non è efficace come pensato ad eccezione dei rifugi commercializzati dalle aziende, sempre che siano distanti dal punto d'impatto, e anche in questo caso niente appare facile, occorre rifornirli di aria in modo costante, richiedono tempo per essere predisposti e soldi per poterli acquistare, tutte cose che non li rendono disponibili per tutti o in breve tempo, inoltre pongono problemi del tipo “se i vostri vicini vi chiedessero d'entrare cosa fareste?” oppure “sareste disposti a uccidere per difendere il vostro rifugio?” e infine, siccome in caso di guerra ogni città riceverebbe più di una testata atomica, forse tre cinque sette, con tale distruzione sarebbero ancora efficaci?
Forse se la passano meglio quelli un po' più lontani dal punto d'impatto, singolo o multiplo, quindi si mostra cosa accadrebbe nel caso di un rifugio fai da te posto a sufficiente distanza da rimanere integro, e costruito scavando nel terreno. Di nuovo ci vorrebbe tempo, ci sarebbe il rischio che altri vogliano impadronirsene e la sua stessa costruzione, fatta come prova in un momento di calma e pace ben diverso da un momento di crisi, richiede tempo impegno e si mostra tanto problematica da apparire difficile da realizzare in pochi giorni, se non poche ore prima di una possibile guerra. Ma ecco che Mick ipotizza che tutto vada per il meglio, ed ecco una coppia che riesce a costruire il suo rifugio e a sistemarsi in esso in tempo, ora sembra tutto risolto ma quanto e come sarebbe possibile vivere in uno spazio ristretto per settimane, o almeno per quattordici giorni come minimo richiesto per proteggersi dal fallout[6]? Come vivere, mangiare, lavarsi, espletare i propri bisogni per quattordici giorni in pochi metri quadrati? E che accadrebbe con un leggero caso di avvelenamento da radiazioni i cui sintomi sono vomito e diarrea? Sarebbe davvero possibile vivere rinchiusi nell'equivalente di una piccola stia per i polli?
E il dopo?
Come sarebbe vivere in un dopo in cui per gli effetti delle esplosioni e del EMP (impulso elettromagnetico) ci sarebbero solo macerie cadaveri e la totale scomparsa di ogni servizio?
Se si confronta A Guide to Armageddon con Protect and Survive l'impressione di trovarsi nel secondo caso di fronte a pietose menzogne è totale.




“Portate con voi una radio e aspettate il segnale di All clear, ma prima fate caso se sentite tre gong oppure tre mortaretti oppure... ah già ma prima avete chiuso la corrente il gas e anche le tendine? Non vorrete mica trascorrere la terza guerra mondiale col dubbio di non aver chiuso il gas, vero?”

Il documentario alla fine pone la domanda se i vivi invidieranno i morti, la risposta pare un ovvio si, tutto l'orrore della guerra poi verrà mostrato di nuovo da Mick in Threads, e di nuovo ancora la stessa domanda e la stessa risposta come era accaduto la prima volta con The War Game: i vivi invidieranno i morti? 
E la risposta è sempre la stessa: 
Si.

L'idea di convincere l'opinione pubblica che la guerra nucleare fosse gestibile, e che si potesse perfino vincere, si sgretolava davanti a risposte come quella della BBC, in seguito altri film e documentari avrebbero spazzato via per sempre quell'illusione, con buona pace di analisti e "falchi" vari.

Particolare da Threads, il primo ministro dice: state calmi!

[1] Acronimo di “Quod erat demostrandum” ovvero: Come volevasi dimostrare.
[2]O forse si dovrebbe dire isole Britanniche?
[3]Giusto notare come tale documentario verrà in seguito trasmesso anche sulla TV italiana nel programma Quark di Piero Angela, e curioso come ciò sia stato quasi rimosso come se mai accaduto.
[4]Nota aggiunta per gli amanti della precisione, il valore esatto pare un mistero, si va dai 12 ai 16 Kt a seconda della fonte. Comunque è un problema?
[5]I due termini derivano dalla guerra nucleare, in seguito hanno cambiato significato.
[6]Ricaduta di materiale radioattivo, ma oltre a questo c'è anche l'inverno nucleare tempo di durata previsto qualche decennio... l'importante però è chiudere il gas.

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