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martedì 23 luglio 2013

Apocalisse.



Sembra che in America ci sia un crescente interesse verso i rifugi sotterranei. Si potrebbe definire il tutto paranoia, citare invasioni zombesche aliene o pandemie da grande schermo come ispiratrici di tante paure, oppure
immaginare che ci sia un desiderio di fine del mondo, che negli ultimi tempi si è concretizzato nell'attesa di “giorni del giudizio”, come quello “previsto” dai Maya nel pubblicizzato 2012, oppure come quello che dava al fine millennio una patina di tecnologia col millennium bug y2k, o ci si può chiedere se più di 50 anni di guerra fredda siano passati lasciando il loro riflesso dietro di se, in fondo il tempo della guerra fredda è stato un periodo molto lungo in cui la fine del mondo era una possibilità reale, allora questa ricerca di sicurezza non sarebbe altro che il riflesso di un tempo che è passato, lasciando per quanto possa apparire incredibile, un sottile rimpianto. Una delle caratteristiche del passato è quello di risplendere nei ricordi. Visto attraverso la lente del passato ogni cosa appare migliore, provoca il desiderio di rivivere o vivere quel periodo. Così il mito dell'apocalisse nucleare terminato negli anni 90s rivive adesso. C'è un incremento d'interesse nei confronti della guerra fredda, c'è interesse per quelli che sono stati i nostri incubi del passato, e c'è l'inganno del passato, il rivedere quel tempo come un epoca affascinante.
Potrà sembrare un'idea pazza, eppure gli stessi inglesi a furia di bere chinino, inventarono l'acqua tonica che è alquanto amara come bevanda.

Quindi voglia di apocalisse come segno/rimpianto del passato, e ci si potrebbe fermare qua, oppure proseguire e chiedersi se non ci sia altro, magari ragionando sul significato simbolico di "fine dei tempi", un tempo che per quanto terrificante è pur sempre un momento di cambiamento, di fine delle vecchie regole, il momento della paura ma anche dell'eccitazione, della meraviglia dei prodigi.
Pensare al survivalismo fa pensare a situazioni post meteoriti, atti terroristici pandemie ma forse la spiegazione è che il tutto sia un modo per evocare in modo inconscio l'apocalisse, e non tanto come fine del mondo, quanto piuttosto come cambiamento, sovvertimento del vecchio per il nuovo, come momento in cui per assurdo sentirsi vivi.
Se tutto fa schifo, se non si ha né la forza né la voglia di cambiare allora l'apocalisse può essere la “speranza di cambiamento”, è il tanto peggio tanto meglio, è la resa dei conti, è il tempo in cui giudicare i torti senza pietà.
E questi sono tempi in cui vivere è sempre più difficile, un periodo di prolungata crisi che sembra senza fine e dalla quale sembra impossibile sfuggire.
Così mentre l'ex metropoli di Detroit dichiara bancarotta, mentre l'economia arranca, mentre il potere si perde in parole e promesse, non sembra questo il momento giusto per augurarsi il grande definitivo diluvio universale?

Forse per capire come sia la situazione attuale, basterebbe chiedersi quanta voglia d'apocalisse ci sia in giro.


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