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giovedì 13 giugno 2013

Chi c'è nello specchio?



Nel film Oblivion c'è una cosa che si nota subito, la qualità di certe immagini, il loro l'impatto visivo, il loro essere pensate e ragionate per fare effetto, quasi il tentativo di ottenere un qualcosa d'artistico, oppure... 
-SOS i mostri uccidono ancora- o anche -The island of terror- è un film del 1966, un mix tra horror e fantascienza in un film "de paura" con i mostri, con in aggiunta una morale sui pericoli del progresso, un film inglese nel quale a contare più dell'azione sono le atmosfere "gotiche" piene di chiaroscuri tinte crepuscolari nebbia, e dove gli stessi laboratori nei quali per errore vengono creati i mostri, per quanto ultramoderni per l'estetica del periodo, sono situati in un castello come in uno dei tanti film sui vampiri del periodo, sensazione questa rafforzata dalla presenza di Peter Cushing[1], attore il cui solo volto allora richiamava alla mente il filone dei film su Frankestein e Dracula.

Il risultato è un B movie ancora adesso interessante e piacevole da vedere, pur con tutti i suoi limiti, a partire da una trama semplice e lineare. Nel tentativo di creare una cura contro il cancro si finisce per creare una specie di creature simili a tartarughe che si nutrono di ossa, esse sono invulnerabili, si moltiplicano in fretta e se all'inizio come nella maggior parte dei film horror di allora e di adesso, tendono a rimanere nascoste, alla fine si manifestano in modo evidente ponendo le basi per un'invasione che mette a rischio tutta l'isola, e il mondo intero. Un prodotto non diverso da tanti altri, ma con un pizzico d'originalità in più rispetto alla media del periodo, ma che però viene a volte sminuito quando viene rivisto adesso. Uno dei grandi errori degli ultimi decenni è quello di giudicare ogni cosa del passato da un punto di vista “presente-centrico”, un continuo sentenziare sul passato come se la distanza che separa l'oggi da 10-50-100 e più anni fa, fosse uguale alla distanza che c'è tra ieri e oggi, e nel far questo arrivando perfino a non capire il presente, perché perfino il presente di riferimento che dovrebbe agire da pietra di paragone non è quello reale ma quello ideale, quello che più si vuole o si teme, e -The island of terror- non sfugge a questa regola, così rivisto oggi appare ridicolo, scontato nel suo svolgimento, fanno sorridere i mostri che appaiono come strane tartarughe striscianti, fa sorridere lo strano ronzio che emettono quando sono fuoricampo e che avverte lo spettatore della loro presenza generando inquietudine, e fa sorridere il modo con cui uccidono le loro vittime, ma se si rinuncia a paragonarlo con le produzioni attuali, si deve prendere atto che era ed è ancora un buon film horror di serie B, fatto senza pretese o grandi mezzi ma efficace nel richiamare gente al botteghino e incassare, magari in combinazione con un altro film in una specie di "guarda due paghi uno".
Intrattenimento, e proprio per questo anche nel guardarlo in modo superficiale e senza pretese di trovarci dentro chissà quale grande verità, permette di capire un po cosa la gente del tempo voleva e si aspettava, e quello che la gente si aspettava era un qualcosa di si originale con i suoi mostri fantascientifici, ma anche tradizionale nell'ambientazione gotica che la presenza di Cushing rafforzava, e sempre in linea con le aspettative e la sensibilità del periodo e del paese che l'aveva prodotto, sono i vari caratteri, con la protagonista della storia che non oltrepassava il ruolo di scream girl, o di dama in pericolo, anche perché la Ripley di Alien doveva ancora venire né sarebbe stata immaginabile o accettata allora, inoltre l'azione era meno marcata rispetto ad un film americano e non mancavano ruoli come quello del "saggio" [lo stesso Cushing] o quello portato più all'azione, né mancano anche la vittima designata per sfiga o demeriti comportamentali [il solito stronzo che è bello veder crepare], quanto alla componente fantascientifica questa era appena un leggero pretesto, inverosimile ora ma credibile allora, il tutto lontano da pretese di hard SF.
Insomma se si rinuncia ai pregiudizi, nel vedere quel film oltre le sue immagini se ne riesce anche ad intravvedere gli spettatori, come se fossero il riflesso in uno specchio.


Oblivion... mentre ne guardavo alcune in stile foto panoramica mi è venuto in mente:
-Accidenti, hanno una scheda grafica eccezionale.- e allora mi sono reso conto di una cosa che mi era sfuggita, che immagini simili le avevo fatte anch'io e tanti altri, magari durante una partita con un qualsiasi videogioco in cui ci fosse una forte componente grafica. Non è altro che catturare screenshots[2], cosa che prima o poi ogni videogiocatore fa, salvare le immagini della partita magari per catturare un'ambientazione o un'azione di gioco che appare suggestiva, o evocativa.
E il risultato a ripensarci non è diverso dal quello ottenuto con Oblivion, un film che riflette lo spettatore per il quale è stato pensato, e se nel 1966 una forte suggestione gotica era una componente richiesta conosciuta e apprezzata, invece adesso a riflettersi è il linguaggio non verbale di intere generazioni che sono cresciute con i videogiochi, influenza che c'è e che non può essere negata né essere ridotta al solo più azione o più violenza, così alla fine le immagini che tanto colpiscono di Oblivion, non sono altro che frammenti di "una partita", screenshot suggestivi nient'altro.



[1]Magari ora noto solo per la sua partecipazione a guerre stellari, eppure è stato un grande del genere. Tralasciando le sue vari interpretazioni nei vari Dracula o Frankenstein o horror vari, mi limito a citare la sua interpretazione come Doctor Who, e la sua partecipazione in un episodio di Spazio 1999.
[2]Credo che sia una cosa comune e diffusa quella di catturare le immagini dei videogiochi, in particolare di quelli in prima persona. Perché? A volte per usare le immagini come desktop, altre volte per condividerle in rete, ma spesso per catturare un momento o uno scenario, quasi si volesse prendere una cartolina del mondo virtuale del momento.

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