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domenica 6 gennaio 2013

Punto zero, Vanishing point [1971].



Si va fuori dai generi di sempre, ma questo ha... importanza?

Vanishing point, quello del 1971, non il remake, non la sua versione
 "accettabile" del 1997, ma quello del 1971, quello con la droga, con i cops che sono pigs, con la controcultura che c'è ma si nota poco, e con la fuga gli inseguimenti, con le strade come uno s'immagina che siano tutte le strade americane, linee che si perdono tra deserti e paesaggi da film western, e il tutto nello stesso anno in cui c'è Duel a cui sembra simile solo per gli scenari e poco altro.
Non è Duel.
Non c'è un uomo comune che si ritrova fuori del suo mondo, preso in un inseguimento mortale che non può non riesce a capire, qui c'è un perdente uno sconfitto che sfida la legge l'autorità in una corsa inutile.
La storia di una fuga, di un inseguimento che si snoda per più stati americani, in un tempo in cui non c'erano elicotteri[1] con telecamere pronte a filmare il tutto per la gioia degli spettatori delle TV.
Niente telecamere, niente rete 2.0, solo la radio che è presente più che mai ma, non a portare notizie, ma per creare un mito.
Ma sopratutto niente spirito degli 80s.


Non è Duel, ma in questo gli è molto simile.
Vanishing point è un film cattivo, funzionale levigato senza accessori senza abbellimenti, è solo una macchina potente. Non c'è spazio per giochi di citazioni, non c'è simpatia, non ci sono scusanti, non ci si deve giustificare, non ci sono morali facili facili.
Kowalski il protagonista non è un eroe, non lo è neanche in senso negativo, egli è solo un uomo dal passato fatto di sconfitte che ha scommesso di consegnare un'auto in pochi giorni, viaggiando da un punto all'altro dell'America.
Non ci sono nobili, comprensibili, accettabili motivazioni per quello che fa.
Invece il remake del 1997 deve essere accettabile, hey sono i 90s dobbiamo essere accettabili, così se s'iniziano a forzare dei posti di blocco della polizia, se alla fine ci si trasforma nel nemico numero uno, pur non essendo un killer o un terrorista, sempre serve una buona motivazione, scusa, giustificazione come una moglie che sta per morire e poco tempo per essere da lei ma, se questo va bene per il remake, se questa nobilitazione da marito in pena ex reduce del golfo nobilita il kowalski del 1997, quello del 1971 pur essendo un reduce del Vietnam, guerra ancora non finita in quell'anno, pur con tutte le sue possibili giustificazioni che appaiono nei vari flashback, alla fine la sfida alla polizia dei vari stati la lancia solo per una stupida scommessa, e la sua corsa imbottita di efedrina non ha niente che la giustifichi.
Una fuga in strade solitarie dove è facile, una volta aver forzato un posto di blocco, perdersi in posti isolati dove non c'è nessuno, o dove i rari paesi sono solo poche case impolverate sotto un sole abbagliante, nei quali magari ci s'imbatte in gente per la quale chi fugge non è un pericoloso ricercato ma un eroe, gente che alla fine si può lasciare alle spalle senza voltarsi perché non si è gli eroi di nessuno.
Questo non è un film per giovani saputelli dal “epperò” facile, e neanche per vecchi saggi dal "capirai quando avrai la mia età", e tanto meno è un film sul viaggio.
Questo è un film sul niente, e non per tutti.

Il finale... giusto, perfetto.
Come detto non sono gli 80s, la parentesi del non prendiamoci sul serio è lontana, non è il tempo dei 90s e di dare almeno l'illusione di una speranza, non è il 2000 con finali complessi da interepretare come i tarocchi, o da sommergere sotto quintalate di cinismo.
C'è solo vuoto, il nulla.
E allora riepilogando, scordarsi gli eroi, i cattivi, le battute, i colpi di scena, le pacche sulle spalle, le manovre alla “Hazzard”, scordarsi la raffigurazione della corsa fuga inseguimento come virtuosismo trendy da videogame. Scordarsi parole come trendy, scordarsi le colonne sonore epiche, qui c'è solo una scia di polvere e una macchina bianca che corre verso il niente.
Il momento dei crediti.
Richard C. Sarafian il regista. Non so quanti altri film abbia fatto, forse pochi, per quanto mi riguarda besterebbe questo.

Barry Newman aka Kowalski. Poco dopo sarebbe stato il protagonista di una serie TV [Petrocelli] interpretando un personaggio diverso, accettabile.


Invece per quanto mi riguarda lui è e resta kowalski, e al diavolo il rispettabile avvocato italoamericano, il suo posto è su una Dodge Challenger bianca a sfrecciare verso nessun traguardo.


[1]si un elicottero c'è, ma non c'è la copertura mediatica di adesso, quel avere elicotteri e mezzi come avvoltoi pronti per qualche punto di share a buttarsi sulla notizia ancora calda...

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Ok questa recensione mi ha incuriosito davvero!? Fortunatamente il protagonista non guida uno "squalo rosso" e non passa per "Barstow" Adesso dovrò procurarmi il film...
Duke

Coriolano ha detto...

Bisognerà parlare prima o poi dello squalo rosso, e anche dei pipistrelli...

Anonimo ha detto...

Assolutamente SI... Poi mi è tornato in mente anche un altro film anzi 2 però degli 80s te ne parlerò...