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giovedì 27 settembre 2012

The new frontier.


                    2001 nella finzione                  




2012 nella realtà.
 

Facendo un salto per le serie tv e non, si percepisce una mancanza, un'assenza:
non si viaggia più al di fuori della terra neppure con l'immaginazione.
Proprio mentre l'ultimo shuttle, l'Endeavour, è pronto per entrare nel suo museo che sà tanto di tomba dove seppellire anche un'epoca e tante illusioni, nello stesso tempo nell'immaginario proposto non s'intravvedono astronavi pronte a partire, né sono in programmazione missioni quinquennali per stelle lontane.

Non c'è interesse, poi perché farlo se i misteri le anomalie i nemici i mostri i demoni o gli angeli, in questo periodo sono già da noi?
Perché andare lontano?


Ormai l'immaginario fantastico non è più lontano da noi, ma è tra noi.
In fondo è sempre stato così anche prima, basta ricordare -Ai confini della realtà-, eppure mai come ora il mistero viene immaginato solo dietro l'angolo di casa, o al massimo in qualche località esotica.

Una volta si viaggiava con la mente per immaginare cosa ci fosse oltre, si fantasticava di viaggi interplanetari per lasciarsi dietro questo mondo e per cercarne un altro, tutto da scoprire, e così si finiva per incontrare il diverso l'ignoto, che altro non era che la visione deformata di quanto si conosceva, invece ora il raggio dell'esplorazione si è ristretto, non più l'immensità del cosmo, non più mondi sconosciuti ma ad esserci ignoti sono gli spazi oscuri delle citta, le giungle di qualche isola disabitata, quello che si cela dietro la porta di una casa.
Ora i luoghi da eplorare sono quelli familiari di sempre, e anche i misteri che questi nascondono non sono tanto diversi dalle solite "grandi domande" di sempre, o dalle piccole paure e speranze quotidiane.

Perfino certi film che sembrano parlare di grandi viaggi, altro non sono che la ricerca di se stessi, quasi l'andare in soffitta alla ricerca di vecchie foto dei nonni, per risponderci di nuovo al chi siamo da dove veniamo e perché...


Non c'è voglia di viaggiare, d'immaginarsi nuove domande, di confrontarci con nuovi incubi o sogni, si recicla quel che si ha, si fa il reboot, poi si spargono domande dubbi colpi di scena, tutto per l'immancabile sequel, ma nel farlo si agitano le stesse domande di sempre, gli stessi misteri, le stesse paure.
Tutto così familiare, tranquillo, sicuro.

A prima vista c'è gran varietà di storie, eppure di qualunque cosa si parli alla fine sembra di avere a che fare sempre con la stessa cosa...
Che sia Flashforward o The Event, The River o Revolution, Heroes o... qualunque sia la storia raccontata, lo scenario è sempre "quello familiare di casa".
Si rimane con i piedi ben ancorati a terra. 
Segno di decadenza, di fine dei tempi?

Non credo,
questo è solo il tempo del "guardarsi dentro", il momento in cui l'immaginario collettivo si avvolge su se stesso, timoroso di guardare più avanti.
Il perché non è difficile da capire, basta guardare un TG o leggere un giornale...

Domani chissa ma oggi, oggi la nostra nuova frontiera non va oltre la porta di casa.


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